Aglio (nero), olio e peperoncino

 

Aglio, olio e peperoncino. Ognuno ha la sua, come la pasta e fagioli, la pasta e patate, e persino la pasta al burro. Io credo che gran parte del lavoro lo faccia la pasta, che dev’essere di qualità eccellente e che serva il giusto equilibrio. Inutile sfidare i commensali a chi sopporta meglio il piccante utilizzando peperoncini “diabolici”…. E poi chi si gode più il pranzo? Qui, partendo da questa base (pasta eccellente, equilibrio…), ho voluto aggiungere una variante, anzi due. Il cavolo nero e l’aglio nero.

 


Di aglio nero ho parlato in lungo e in largo nell’Orata Spensierata Digest n° 29, quindi vi rimando lì; al volo posso dire che si tratta di aglio “comune” trattato con un lungo processo di maturazione/fermentazione affinché – oltre ad acquisire il caratteristico colore nero – perda gran parte dell’odore tipico dell’aglio, ma prenda sfumature di sapore inedite come la melassa, il tamarindo e un sentore balsamico.

 

Di cavolo nero ho detto già tutto, quindi anche per questo, se vi va, potete leggere il numero di 2021 del Digest).*

 

Non mi resta che dare la ricetta… ma davvero?

 

Per 4 perone vi serviranno:

 

280 g circa di pasta lunga

10 foglie circa di cavolo nero

4 spicchi di aglio nero

1 spicchio d’aglio fresco

½ peperoncino fresco

olio extravergine di oliva

sale

 

Mondate e lavate le foglie di cavolo nero, fatele a striscioline e cuocetele “al dente” nell’acqua bollente, leggermente salata, che poi userete per la pasta. Scolatelo e versatelo direttamente nel bicchiere del mixer con un po’ di olio e un po’ di sale. Frullate e tenete da parte.

 

Mentre la pasta cuoce nella medesima acqua in cui avete cotto il cavolo, in una padella larga e bassa fate scaldare abbondante (abbondante, mi raccomando) olio extravergine di oliva. Appena dà segni di essere al punto giusto gettatevi gli spicchi d’aglio, sia i neri, sia i bianchi. Fateli scaldare e poi spegnete il fornello e chiudete la padella con un coperchio. Aggiungete il peperoncino privato accuratamente di semi e filamenti bianchi (lavatevi immediatamente le mani, mi raccomando! e non toccatevi gli occhi!).

 

L’aglio è a vostra scelta: lo potete lasciare intero e poi recuperare, lo potete affettare sottilmente, lo potete schiacciare. Io consiglio di schiacciare quello nero con il dorso di un cucchiaino (è tenero) perché dia il meglio di sé.

 

Non appena la pasta è pronta (al dente senza virgolette questa volta, ché con la pasta il termine è giusto) riaccendete il fornello sotto l’olio a fuoco vivace, scolatela e gettatele direttamente nella padella. Rigiratela per bene e poi aggiungete il cavolo nero frullato. Ancora un salto… hop! e poi sistemate nei piatti. Servite immediatamente.

 


*L’Orata Spensierata Digest è una micro-rivista di pubblicazione periodico-random legata al blog ed è disponibile per chiunque si iscriva alla mia mailing list. L’invio (in formato .pdf quindi leggibile da qualunque dispositivo) è gratuito.


Za'atar mon amour! Finalmente il mio mix perfetto

 

La mia storia con lo za’atar è cominciata a cinquant’anni. I miei, ovviamente. Ora filiamo d’amore e d’accordo da anni. La mia cucina quotidiana si è profumata e impreziosita e, ultimamente, ho raggiunto un bel traguardo: preparo da sola con grande soddisfazione il mio mix-za’atar perfetto.

 


Intanto la parola. Za’atar indica in arabo prevalentemente il timo, ma anche l’origano, la maggiorana, l’issopo. In effetti sono queste tutte piante aromatiche della medesima famiglia, quella delle lamiacee, che crescono spontanee in tutto il bacino del Mediterraneo su terreni poveri, anche sabbiosi e rocciosi, sopportando altissime temperature. 

 

Le quattro piante tendono a produrre varietà ibride, tanto che le caratteristiche delle foglie (più o meno strette, più o meno coriacee, più o meno pelosette, di colore più o meno scuro) sono talmente simili da renderle indistinguibili a un primo esame. La confusione tra origano e maggiorana è comunissima: mi è capitato di vedere le piantine vive etichettate al contrario persino in un vivaio e, più volte, al mercato ho visto mazzi di “origano siciliano” che erano sicuramente di maggiorana. 

 

Anche le proprietà medicinali, disinfettanti, antiossidanti, fluidificanti – conosciute fin dalla notte dei tempi – e l’alto contenuto di fosforo, magnesio, potassio e fenoli sono praticamente identiche. Si capisce quindi come la parola za’atar abbia, nel tempo, assunto un significato così… ampio.

 

Delineati i contorni botanico-linguistici (un po’ all’ingrosso, è vero, ma non siamo né botanici, né linguisti, ma semplici appassionati), lo za’atar concretamente cosa (anche) è? Una miscela di erbe essiccate sesamo e sale. Oltre al timo la miscela comprende infatti, in parti variabili, le altre due o tre erbe citate, semi di sesamo tostati e parzialmente tritati, sommacco e poco sale. 

 

Ed è uno dei capisaldi della cultura palestinese. Diciamo che è un elemento identitario; lo za’atar si sparge sopra il pollo, lo yogurt, il labneh, l’hummus, le verdure cotte e le insalate; mescolato all’olio si usa per bagnare il pane come spuntino e street food. Il suo profumo caratteristico è, insomma, onnipresente e strettamente correlato alla cucina della Palestina, intesa come regione del Vicino Oriente che si affaccia a ovest sul Mar Mediterraneo. 

 

Ovviamente, per vicinanza geografica se non culturale, lo za’atar è diffusissimo anche nella cucina tradizionale libanese e armena, nella moderna cucina israeliana e di altri paesi vicini, così come è conosciuto in Nord Africa. 

 

Chi ha la fortuna di raccogliere da sé le erbe allo stato selvatico può comporre la propria "miscela za’atar" aggiungendo poi sommacco, che, in genere si acquista già macinato, i semi di sesamo e quanto sale preferisce. 

 

Il sommacco (Rhus Coriaria) è una pianta della famiglia delle Anacardiacee, come l’anacardo, il pistacchio e il mango; i frutti sono delle piccole drupe rosso scuro, che fresche possono essere tossiche e che quindi vengono essiccate e macinate. La polvere di sommacco (sumac, sumak) utilizzata in cucina ha grandi proprietà antiossidanti, antiinfiammatorie, astringenti, antibatteriche. Il sapore è acidulo, ma non aspro, e ricorda vagamente la scorza di limone; il colore è un vivace rosso cardinale molto persistente, che non si altera nemmeno in cottura. 

 

Il sesamo (Sesamum indicum) è una pianta della famiglia delle Pedaliacee originaria, come dice il nome, dell’India, ma largamente presente anche in Africa fin da tempi remotissimi. È una pianta annuale come il basilico al quale, in effetti, somiglia parecchio, con foglie verdissime e fiorellini bianchi, che produce molti semi. I semi sono l’unica parte edibile della pianta.

 

Detto questo è facile intuire che lo za’atar è in realtà gli za’atar. Un po’ come accade per il ras el hanout, il baharat, il garam masala e il curry, il berberè e altre miscele di erbe e spezie ne esistono molte varianti: quelle casalinghe, appunto, e quelle in vendita nei mercati, nelle erboristerie, nei negozi di alimentari e, oggi, on line. 

 

Il “mio za’atar”, dopo varie prove di prodotti già pronti durate anni, è finalmente il frutto casalingo di un gusto ormai affinato sul sapore e sul profumo. Prevale il timo, ma il sommacco si deve sentire (amo i sapori acidi). L’uso è ormai praticamente quotidiano su piatti freddi o caldi – due uova al tegamino passano da veloce ricetta di sopravvivenza (o comfort food, ve lo concedo) a “piatto interessante”; una insalata di carote un po’ scialbe e legnose risorge a nuova vita e potrei fare un’altra dozzina di esempi, ma credo abbiate capito cosa intendo.

 


E una ciotolina con il nostro ottimo olio extravergine di oliva sardo e un cucchiaino di za’atar diventa un irresistibile condimento per il pinzimonio o anche solo per intingere il pane. L’immediata dipendenza è inevitabile.


Galette alle mele

 

In una recente newsletter di Ottolenghi c’era la ricetta per una torta - una galette per la precisione - di mele. Ne ho leggermente semplificato il ripieno, ma sono rimasta fedele alla pasta. Pasta che è una pie crust, ovvero la versione anglosassone della brisée, che non avevo mai preparato, rimanendo in genere fedele alla “scuola francese”. Come dice il nome è stata… inventata per le pie, quelle torte chiuse (pasta sotto e pasta sopra, in mezzo un ripieno di frutta se dolci, ma anche carne e interiora) alla Nonna Papera. In cosa è diversa? C’è un po’ più di burro e c’è un po’ di aceto di mele. Il risultato è leggermente più friabile, molto burroso, ma fresco, non stucchevole, e l’aspetto finale è leggermente più dorato. In questo caso - galette/pie - un bell’esempio di mescolanza tra cultura francese e inglese. Val la pena provarla e aggiungerla al proprio repertorio.

 

Insomma la sto lodando fin troppo questa torta semplicissima. Un’altra torta di mele da aggiungere a quelle già presenti nell’archivio del blog… d’altra parte in quale blog manca la torta di mele? Ce l’hanno tutti una torta di mele preferita. Mi sa che questa è diventata la mia, dopo la Tatin. La cui ricetta non trovate al momento sul blog (sul sito ci sarà!), ma solo sul numero 27 dell’Orata Spensierata Digest. Non che ne abbiate bisogno: aprite Google, digitate tatin e sarete sommersi da 17.200.000 risultati.

 

Gli ingredienti indicati sono per una torta piccola, da 22 centimetri di diametro, ammesso che la facciate tonda. Si sa, le galette non hanno una forma definita: potete farla quadrata, rettangolare, lunga lunga, oppure ellittica. Se la volete più grande aumentate le dosi in proporzione e procuratevi un foglio di cartaforno più grande. Semplice.


Per la pasta:

 

150 g di farina di grano tenero tipo 0 o 1

100 g di buro fresco

1 cucchiaio di zucchero di canna

1 cucchiaio di aceto di mele

1 cucchiaio circa di acqua fredda

 

per il ripieno:

 

3 mele piccole di sapore acidulo

succo di limone

1 noce di burro

1 cucchiaio scarso di zucchero di canna

 

per completare:

 

1 cucchiaio di marmellata di arance

1 cucchiaio di Calvados

 

Preparate prima la pasta. Setacciate la farina in una ciotola, aggiungete il burro a pezzetti piccoli piccoli e lo zucchero e cominciate a impastare con la punta delle dita per ottenere delle briciole. Aggiungete ora l’aceto e l’acqua e versate la massa sul ripiano di lavoro, possibilmente di marmo. Due veloci colpi di polso e la pasta è pronta. Formate una palla e tenetela da parte, in un posto fresco, non in frigorifero.

 

Nel frattempo mondate e sbucciate le mele con un pelapatate e affettatele fini con il coltello o con la mandolina, se preferite. Bagnatele man mano con succo di limone affinché non anneriscano.

 

Accendete il forno e portatelo a 180° in modalità ventilata.

 

Sciogliete dolcemente una noce di burro.

 

Riprendete la pasta. Stendetela direttamente sulla carta forno nella forma che preferite; che sia sottile e uniforme, ma non trasparente. Disponete le fettine di mela come preferite, formando un disegno, in cerchi concentrici, a casaccio (che, tanto, deve piacere a voi). Rimboccate i bordi della pasta pinzandola con le dita.

 

Spennellate le mele con il burro fuso e cospargetele di zucchero. Infornate la galette sul ripiano centrale e cuocetela per 25 minuti.

 


Fatela riposare per 5 minuti nel forno leggermente aperto, intanto sciogliete sul fuoco dolcissimo, in un pentolino, la marmellata con il Calvados. Estraete la torta, spennellatela di marmellata e fatela asciugare.

 

Servitela tiepida o fredda, accompagnandola con gelato alla vaniglia o panna leggermente montata.

 

 

Risotto con cavolo nero e zucca

 

Va questo ad aggiungersi alla già nutrita serie di risotti presente su questo blog. Penso, negli anni, di aver cucinato risotti praticamente con qualsiasi cosa, io, che del riso farei tranquillamente a meno… Probabilmente è per questo che tutte le volte tento abbinamenti nuovi: cerco il sapore che mi piacerà, che mi conquisterà, che vorrò rimangiare e rimangiare. Non è ancora successo.

Però agli altri i miei risotti piacciono: ciò mi tranquillizza.

 


Per 4 persone vi serviranno:

 

500 g circa di zucca pulita

1 l circa di brodo vegetale

280 g di riso per risotti (Carnaroli)

20 foglie grandi di cavolo nero

2 cipollotti piccoli e freschissimi

2 scalogni

4 cucchiai (abbondanti) di pecorino grattugiato

3 grosse noci di burro

2 cucchiai di olio extravergine di oliva

1 spicchio d’aglio

sale

pepe

vino bianco secco

 

Dopo aver pulito la zucca (levato la scorza, semi e filamenti) tagliatela a dadini. Spellate e schiacciate l’aglio e fatelo scaldare in una padella non troppo ampia con una noce di burro. Appena sfrigola gettatevi i dadini di zucca e fateli arrostire – non aggiungete acqua, né altro condimento – muovendoli continuamente. A seconda della zucca (io, ahimè, ne avevo una un po’ acquosa e poco saporita, ma qui le mantovane non arrivano) ci vorranno da 5 a 10 minuti.

 

Versate la zucca nel bicchiere del mixer, aggiungete una noce di burro e il formaggio grattugiato. Io ho usato pecorino, ma se preferite un Parmigiano fate pure. Azionate il motore e ottenete una crema. Tenetela da parte, possibilmente in caldo.

 

Fate scaldare il brodo vegetale preparato in anticipo. No, vi prego, niente brodo pronto, niente dado, niente brodo granulare…

 

Mondate e lavate il cipollotto, mondate lo scalogno e tritate tutto. Fate appassire lentissimamente con una noce di burro e l’olio in una casseruolina per risotti.

Nel frattempo mondate le foglie di cavolo nero, eliminate la parte più coriacea della venatura centrale e riducete tutto a striscioline. Lavate accuratamente.

 

Cipollotto e scalogno dovrebbero essere pronti: trasferiteli su un piatto e teneteli da parte. Nella medesima casseruola fate tostare il riso a fiamma vivace; quando il bordo dei chicchi apparirà traslucido, bagnate con un po’ di vino bianco e fate evaporare tutto l’alcol.

 

Versate sul riso il trito di cipollotto e scalogno, con tutto il condimento, e mescolate.

 

Aggiungete il cavolo nero e un po’di brodo, mescolate. Procedete via via aggiungendo brodo ben caldo e mescolando per circa 15, 18 minuti.

 


Quando il riso è pronto, salatelo moderatamente e pepatelo secondo il vostro gusto. Allontanate la casseruola dal fuoco e aggiungete la crema di zucca, burro e formaggio. Mescolate bene e servite subito. Portate a tavola altro formaggio, non si sa mai.

 

 

 

 

 


Melagrana, grenade, Pomegranate, granada, Granatapfel, nar...

 

Dire due parole sulle melagrane e sugli esili alberi che le portano è impossibile. Nel senso che due parole non bastano; bisognerebbe scrivere un libro intero, perché la melagrana ha una storia luuuunga e piena di risvolti interessanti. Io si può dire che abbia scoperto le melagrane a venticinque anni, qui in Sardegna, quando mi sono trovata a raccoglierle, in una splendida campagna settembrina, direttamente dall’albero per farne ghirlande nuziali. Fino ad allora per me erano state frutti un po’ alieni che comparivano giusto giusto a Natale negli ortolani più chic di Milano e che erano più centrotavola e decorazioni che cibo. Insomma, le avevo incontrate più nei libri durante gli studi, che sugli alberi.

 

Intanto, ecco, l’albero. Botanicamente parlando, è il Punica granatum, attualmente – dopo la ormai famosa revisione della classificazione – inserito nella famiglia delle Lythraceae; precedentemente stava tra le Punicaceae in compagnia del solo Punica Protoponica, un alberello – tra l’altro in forte percolo di estinzione – dell’isola di Socotra, in Yemen. Alcuni dicono sia originario delle regioni dell’Himalaya, altri del medio Oriente (nord della Persia/Iran), altri ipotizzano che sia autoctono del bacino mediterraneo. Sta di fatto che esemplari selvatici dalle caratteristiche specifiche vivono in tutte queste regioni e il suo addomesticamento è antichissimo, quindi non si sa bene chi ha cominciato e dove.

 

E sta anche di fatto che il melograno sia un albero parco, di pochissime pretese, resistentissimo alla siccità, ma anche al freddo, adattissimo all’aridocoltura e ad arginare la desertificazione dei territori. E quindi uno di quelli che, potenzialmente, vista la prodigalità con cui elargisce i suoi frutti, ottimi e succosi, ci salverà. Non solo: la sua corteccia ha proprietà medicamentose conosciute da sempre, le membrane che circondano i semi si sono sempre usate per la concia delle pelli e per produrre tinture e inchiostri.

 


I frutti, oltre a essere bellissimi, sono una bomba di vitamine A, C, E, K; di niacina, tiamina, roboflavina; di magnesio, potassio, fosforo, calcio, zinco, ferro e selenio più un sacco di altre cosette meno famose. E 100 grammi di polpa (ed è tanta, mondata dai semi!) hanno in media 63 calorie. La stagione ideale per consumarli è quella autunnale, diciamo da ottobre, anche se alcuni alberi possono essere già carichi di frutti a fine agosto. L’importante è coglierli al momento giusto e, se si coltivano melograni, non serve bagnarli (altrimenti i frutti si fessurano aprendo la porta agli insetti: occhio alle “forbicette”!) ma assicurare loro un po’ di umidità con la giusta pacciamatura, o anche solo sistemando delle pietre porose alla base del tronco.

 

Il succo è acidulo e dolce allo stesso tempo, molto rinfrescante, amato da sempre; ma è il carico di simboli che la melagrana si porta dietro fin dalla notte dei tempi a renderla ancora più interessante. Un frutto rosso, che viene da fiori rossi, che, aperto, è rosso e umido, con un profumo inebriante non poteva che accendere la fantasia dell’uomo, facendolo diventare un simbolo femminile di sessualità feconda, di rinascita.

 

La melagrana era attributo di Iside, dea della magia, della fertilità e della maternità, una delle divinità più importanti del pantheon egizio. Era legata al mito di Demetra, figlia di Crono, sorella di Zeus e dea della terra – come Poseidone suo fratello lo era del mare –  della natura e delle messi, e di sua figlia Persefone la quale, incauta, mangiò chicchi di melagrana nel mondo sotterraneo rimanendovi imprigionata per alcuni mesi l’anno “inventando” così l’inverno… ma anche la primavera, al suo ritorno presso la madre.

 

Cerere e Proserpina erano le medesime divinità, ma per i Romani, i quali, tra l’altro, chiamavamo la melagrana malus punicam (da lì Linneo, nel XVIII secolo, fece derivare il nome) non perché sapessero per certo che i melograni fossero di origine punica, ovvero nordafricana, ma solo perché da quelle parti ne crescevano in abbondanza. Cesti di melagrane erano portati in processione in tutte le (numerose) feste in onore della dea Cerere, ma erano presenti anche in tutte quelle (numerose, numerosissime) manifestazioni e rituali legati ai cicli della natura e del lavoro nei campi.

 

La cultura cristiana andò liscia nell’attribuire la melograna a Maria; era pur sempre una donna, e i numerosi semi chiusi dentro il frutto divennero simbolo di unità e fedeltà. Se il succo, facilmente associato al sangue, fu simbolo di martirio; i numerosissimi semi simboleggiarono la propagazione della parola di Dio. Le opere d’arte, pittoriche e non solo, che ritraggono Maria con una melagrana in mano non si contano: la Madonna della Melagrana di Jacopo della Quercia di inizio XV secolo, quella di Botticelli della fine del secolo, e quella attribuita a Leonardi da Vinci degli anni centrali del medesimo. Ma, in realtà, melagrane appaiono anche nell’antico testamento, in particolare nel Cantico dei Cantici, dove la simbologia è chiarissima e non castissima. O forse sì: interpretatela come volete, tanto sono duemila anni che lo fanno tutti.

 

Comunque il melograno è di certo l’albero del Paradiso, com’è scritto nel Corano, e ci sono alcuni studiosi che vagheggiano che anche Adamo, Eva e il ssssserpente si siano incontrati fatalmente sotto un melograno e non sotto un banale melo. E Ganesha? Il simpatico dio con la testa di elefante monozannuto a cui si attribuisce la facoltà di rimuovere tutti gli ostacoli ha molti nomi e uno di questi è Bijapuraphalasakta, ovvero colui che ama la frutta dai molti semi.

 

E poi arriva Garcia Lorca nel 1921: La granada es como un seno (…) la granada es corazón (…) la granada es la sangre (…) porque eres luz de la vida, hembra de las frutas… E in mezzo secoli di arte, poesia, letteratura, esoterismo, massoneria.

 

Se i valori simbolici sono stati vivi e presenti per tutto il corso della storia nel mondo occidentale, così non si può dire di quelli culinari. Il gusto di berne il succo con l’avvicinarsi dell’anno Mille andò via via scemando; nel Medioevo i chicchi venivano aggiunti quasi soltanto ai ripieni di carne di volatili e selvaggina e, nel corso dei secoli – e ancor oggi è così –, si cominciò a utilizzare quasi esclusivamente il succo come bevanda o per farne sciroppi a complemento di sorbetti, gelati e granite. I chicchi interi spuntano a Natale come decorazioni di insalate e creme dolci.

 

Nella cucina mediorientale ed egiziana, invece, la melagrana è ancora “un ingrediente” in innumerevoli insalate; con le melanzane calde o fredde, intere o in crema; nei ripieni in cui si mischiano carni – soprattutto agnello – verdure e frutta. Il succo è amatissimo come ingrediente della marinatura delle carni e poi c’è la melassa. La melassa di melagrana è onnipresente: il succo puro – senza né zucchero, né limone – viene fatto sobbollire fino a che non si addensa, tutto qui. Il gusto acidulo e dolce, fresco e terroso nello stesso tempo è meraviglioso: è una di quelle cose che dà dipendenza. Io l’ho scoperta anni fa e non ne posso più fare a meno.

 

Raccogliere il succo delle melagrane per poi, eventualmente, se ne avete davvero tanto, darvi alla preparazione della melassa, è facilissimo. Nessuna abilità particolare, solo tanta, tanta pazienza. Alcuni suggeriscono di spremere i frutti tagliati in due come fossero arance con un normale spremiagrumi, anche elettrico, ma è una fatica fisica immane, perché le melagrane non si lasciano manipolare senza opporre resistenza, credetemi…, e poi si sporca ovunque e si disperde un sacco di succo prezioso.

 

La soluzione migliore per preservarvi le braccia e la cucina è sgranare con calma i frutti, raccogliere tutti i chicchi in una o più insalatiere e poi, pochi per volta, frullarli nel mixer. Filtrare attraverso un colino a maglia fittissima – ottimo quello per tisane e camomilla – direttamente in barattoli (perfetti quelli alti e stretti della passata di pomodoro) o bottiglie aiutandosi con un imbuto. Infine raccogliere i semi rimasti in un colino più grande e pressarli dolcemente ma fermamente sopra una ciotola raccogliendo ancora un po’ di succo. Imbottigliate subito anche questo: non si deve ossidare. Va poi conservato frigorifero.

 


Combattendo con la tentazione di gustarvelo così, a bicchieroni, per preparare la melassa versatelo in una casseruola dal fondo spesso e lasciatelo consumare su fuoco dolcissimo (usate una retina spargifiamma) rimestando di continuo. Quando avrà la consistenza dello sciroppo la vostra melassa di melagrana è pronta. Chiudetela subito in bottiglie di vetro nero (o marrone, comunque molto scuro) e poi usatela sulle insalate, sulle verdure, sulla frutta, sul pesce, sulle vellutate, sul gelato, sul formaggio, sulla ricotta, ovunque!

 

 

 

 

 

Pomodorini al forno

 

I pomodorini cotti lungamente in forno a temperatura inferiore ai 100 gradi cosparsi di zucchero, sale e olio, più aromi o erbe a piacere sono una preparazione semplicissima. In pratica fanno tutto da soli e, una volta pronti, gli appetitosi pomodorini si possono poi consumare così, come contorno o come stuzzichino, oppure trasformare in un sugo, interi, schiacciati o frullati.

 

In genere è una preparazione prettamente estiva, ma si dà il caso che sia invece utilissima a fine stagione quando – e siamo a novembre! – sono ancora disponibili gli ultimi pomodorini di campo, che sono, per assurdo, più dolci e saporiti (sapore superconcentrato!) di quelli che si raccolgono ad agosto, quando si è costretti a innaffiare le pianticelle.

 

Infatti i pomodori così preparati, passati al mixer e sistemati in contenitori ben chiusi, possono essere conservati in freezer (anche in frigo per un paio di giorni) ed estratti in quei giorni in cui la nostalgia dell’estate fa più male.

 

Va da sé che sia saggio cuocerne in abbondanza, altrimenti il gioco non vale la candela. Se poi ai pomodori si aggiungono capperi, olive, erbe e aglio, l’antidoto alla nostalgia diventa più efficace.

 


Pomodorini del tipo datterino o simili

olive nere cotte al forno

capperi sotto sale

aglio

zucchero

sale

olio extravergine di oliva

za’atar

 

I pomodori più adatti sono i datterini perché hanno polpa soda, asciutta e le dimensioni medie sono perfette perché, pur “concentrandosi”, non si asciughino troppo in forno. Mondateli, lavateli e tagliateli in due e sistemateli in una ciotola.

 

Sciacquate benissimo i capperi sotto sale.

 

Preparate un’emulsione con abbondante olio, zucchero (diciamo circa 50 grammi per circa 500 grammi di pomodori) un pizzico di sale (ci sono già olive e capperi a insaporire) e ½ spicchio d’aglio grattugiato.

 

Versatela sopra ai pomodori e rigirateli bene affinché si condiscano perfettamente.

 

Accendete il forno e portatelo a 80, 90 gradi. Rivestite una teglia forata con carta forno.

 

Versate i pomodorini sulla teglia girandoli tutti con il taglio all’insù. Aggiungete capperi, olive e spicchi d’aglio interi a piacere.

 

Inserite la teglia sul ripiano centrale del forno e lasciate cuocere per circa 1 ora. Estraetela dal forno e cospargete il tutto con za’atar a piacere. Oppure un mix di erbe provenzali, o un bouquet inventato da voi, va bene tutto.

 



Insalata di stagione con cavolo nero e zucca

 

Insalata di stagione, perché le insalate vanno (e fanno) sempre bene.

Questa qui è semplice, con pochi ingredienti, ma che insieme esplorano praticamente tutti gli angolini del sapore e del gusto: amaro, dolce, acido, cotto, crudo, croccante, soffice...

 

Non vi indico le quantità, perché per le insalate è sempre difficile e dipende come non mai dai gusti personali. E poi, credetemi, per le insalate la presentazione conta più che per qualsiasi altro piatto. Invece di usare una normale insalatiera, o ciotola profonda, provate a usare un piatto di portata colorato o, come quello in foto, di una forma particolare. Vedere gli ingredienti, distinguere i colori, immaginare le consistenze prima di mangiare dà una grande soddisfazione, soprattutto per chi sta, magari, cercando di seguire una dieta più sana. Io non mi sono inventata nulla di nuovo, ma mi sono ispirata (come faccio spesso) alle presentazioni di Yotam Ottolenghi: spontanee, non “millimetrate”, colorate e appetitose; date un’occhiata al suo profilo Instagram, se già non lo seguite >>> https://www.instagram.com/ottolenghi/



 

Cavolo nero freschissimo, foglie piccole

zucca

mela di gusto acidulo

melagrana

aglio

melassa di melagrana

olio extravergine di oliva

sale

semi di sesamo

succo di limone

 

Mondate la zucca eliminando scorza, semi e filamenti. Tagliatela a dadini. In una padella fate scaldare dell’olio d’oliva con uno spicchio d’aglio (intero, a fette, tritato, come volete) e fatela arrostire a fuoco abbastanza vivo, senza aggiungere altro.

 

Nel frattempo mondate e lavate le foglie di cavolo nero, eliminate la parte di costa troppo coriacea e tagliate il resto a striscioline sottili.

 

Mondate e sbucciate la/le mele (tipo Fuji, o mele “dell’albero” di gusto acidulo, non Golden o simili) e riducetele a dadini che dovete immediatamente bagnare con succo di limone perché non si anneriscano.

 

Mondate la melagrana e recuperate tutti i chicchi che desiderate (abbondate, che fanno bene!).

 

Emulsionate in una ciotola capiente olio extravergine di oliva, melassa di melagrana, sale e, se volete, qualche goccia di succo di limone. Riunitevi il cavolo nero, i dadini di zucca ben arrostiti, i dadini di mele e mescolate bene.

 


Ora trasferite il tutto sul piatto di portata. Aggiungete i chicchi di melagrana e i semi di sesamo e portate in tavola.